In ‘Liberami’, l’esorcista è il curatore dei mali della società

‘All’inizio cercavo storie per un film sulle ossessioni in tempo di crisi, una sorta di viaggio fra le dipendenze mentali. Non mi aspettavo però di imbattermi in una notizia ancora più folle delle mie più folli aspettative. Un corso di formazione per preti esorcisti organizzato dalla Chiesa cattolica. E la Sicilia con i suoi 20 esorcisti era la regione più all’avanguardia insieme alla Lombardia”.

Sono queste la parole di Federica Di Giacomo, autrice del film Liberami (per il programma clicca qui) giovane regista spezzina, ma che con Firenze ha molto da spartire, visto che è nel capoluogo toscano che si è laureata in Antropologia e ha iniziato a studiare teatro-danza – prima di collaborare con la compagnia russsa Derevo e fondare a Dresda il collettivo ‘Tutti’  – compiendo quel percorso di formazione che la porterà a maturare l’idea di diventare regista.

Federica Di Giacomo, in Liberami, va ad indagare quella linea sottile tra lucidità e perdita di coscienza, tanto cara alle avanguardie del Novecento, come il Dadaismo e il Surrealismo, il contatto dell’individuo con l’inconscio, l’irrazionalità, che per molti è provocata da droga e alcool, per altri da stati di trance o ipnosi, e per altri ancora da deliri di possessione demoniaca. E’ proprio questo che scopre la Di Giacomo: come in Italia esista una pratica assidua e continuativa di esorcismo, promossa dalla stessa Chiesa cattolica.

Da qui è partito un lungo lavoro di ricerca in cui abbiamo avuto modo di partecipare a moltissime messe di liberazione, messe particolari a cadenza settimanale che durano almeno tre ore in cui viene invocata una liberazione dal maligno collettiva, propedeutica agli esorcismi privati”.

Il delirio individuale diventa condiviso e collettivo e si fa pratica pianificata e settimanale, quasi fosse l’appuntamento da uno psicologo, e il prete, l’esorcista, rappresenta una sorta di guaritore dei nostri tempi, spesso l’ultima spiaggia dopo una via crucis di maghi, psichiatri, medici vari e rimedi alternativi, nelle pieghe di una società ai margini, tra degrado, disagio psicologico e deserto culturale. La “metafora di una società in cui la ricerca di senso diventa spasmodica come la ricerca di una cura, rapida, efficace e risolutoria”. ‘Ogni martedì – continua la regista – Gloria, Enrico, Anna e Giulia seguono, insieme a tantissimi altri, la messa di liberazione di padre Cataldo e cercano la cura ad un disagio che non trova altrove risposte né etichette.

Liberami ha incontrato il consenso della critica e ha vinto il premio per il miglior film nella sezione Orizzonti di Venezia 73.

FacebookTwitterWhatsAppEmail