02-31 agosto 2020

[in Agosto] Linguaggio audiovisivo contemporaneo

Quattro titoli tratti dalla rassegna in cui abbiamo approfondito l’opera di alcuni grandi autori contemporanei.

Eventi in sala virtuale Più Compagnia

– i titoli della rassegna saranno disponibili On Demand dal 2 al 31 agosto –

 

Fin dalla nascita della nostra sala virtuale, abbiamo deciso di dedicare un appuntamento fisso al cinema contemporaneo, per affrontare un discorso sull’immagine nel cinema attuale partendo dall’analisi di alcuni dei più grandi autori dei nostri tempi.

Tra tutti quelli che vi abbiamo proposto in questi mesi ne abbiamo selezionati quattro, per creare una micro-rassegna che sia disponibile on demand per tutto il mese di agosto e ripercorrere così il nostro viaggio nel contemporaneo.

Biglietto (film + introduzione critica): 3.99€

 


You, the Living
di Roy Andersson, 2007, Sve/Ger/Fra/Dan, durata: 95 min.
in collaborazione con CG Digital

In un’anonima città svedese s’intrecciano storie di vite umane alle prese con solitudini e inquietudini, ferocemente ingabbiate in scarse soddisfazioni e mancanze di prospettive future. E allora, in un’atmosfera costantemente rarefatta dalla nebbia densa e dal grigiore metropolitano, si muovono figure diafane, che naufragano all’interno della loro anima incerti su dove andare, cosa fare e perché.


Non c’è dubbio che Roy Andersson sia uno degli autori più originali attualmente in circolazione. Il suo sguardo spietato, che penetra in profondità le debolezze di uomini e donne comuni, unito a un’impostazione teatrale che privilegia la camera fissa e il montaggio interno, genera sequenze “trivialiste” (come lui stesso ama definirle) potentissime. Pur con una forma apparentemente respingente e distante da qualunque categorizzazione mainstream, il suo è un cinema estremamente accessibile, verrebbe da dire quasi popolare, che molto spesso strappa una risata e sovente fa riflettere attraverso immagini semplici, concrete.

Cercando ovunque il simbolo, l’astrazione partendo dal realismo, Andersson può muoversi agilmente tra una sequenza di corteggiamento tra un insegnante di danza e il suo recalcitrante allievo, uno spettacolo di magia finito male e una scena di massa con protagonista Carlo XII di Svezia. Potremmo definirlo il “regista che visse due volte” considerando che la sua carriera si divide tra una prima parte, racchiusa tra la fine degli anni 60 e gli anni 90, dedicata prevalentemente a cortometraggi e spot pubblicitari (tutti bellissimi, recuperateli su Youtube) e una seconda parte interamente dedicata ai lungometraggi a partire da quella che viene definita la “trilogia sull’essere un essere umano”: Canzoni dal secondo piano (2000), You, the Living (2007) e Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza (2014, Leone d’oro a Venezia). In questa trilogia, in cui ogni capitolo è antologico, la costruzione di tableaux vivant spesso autoconclusivi all’interno di un’unica inquadratura, già presente negli spot, si eleva a narrazione universale di piccole grandi disgrazie o epifanie dell’umanità. Non esiste niente di simile a giro, non importa a quante piattaforme siate abbonati.


Ritratto di famiglia con tempesta
di Hirokazu Kore’eda, 2016, Giappone, durata: 117 min.
in collaborazione con CG Digital

Fino a ieri Shinoda Ryota aveva tutto: una consorte, un figlio e un altro romanzo da scrivere dopo aver vinto un premio letterario prestigioso. Poi qualcosa è andato storto, Kyoko gli ha chiesto il divorzio, Shingo lo vede soltanto una volta al mese, il romanzo è rimasto un’intenzione. Per pagare l’assegno mensile alla ex moglie, lavora per un’agenzia investigativa, per dimenticare le indagini ordinarie gioca alle corse, alla lotteria, a qualsiasi cosa possa restituirgli quello che ha perduto. Poi una sera un ciclone si abbatte su Tokyo e sulla sua famiglia che trova riparo a casa della madre, felice di averli di nuovo tutti e tre insieme.

Uno dei più importanti registi giapponesi viventi. Inizia la carriera come documentarista per la televisione, raccontando temi e drammi sociali, spostandosi verso la scrittura e regia di opere di fiction negli anni ’90 del secolo scorso. Con Wandāfuru raifu (1998) si fa notare prepotentemente nei maggiori festival europei, compreso Torino, ma la sua storia distributiva in Italia inizia solo nel 2013 con Father and Son dove il suo sguardo è già abbassato al livello dei più piccoli, dei figli, così da inquadrare obliquamente il mondo degli adulti. Con Ritratto di famiglia con tempesta (2016) continua a raccontare le persone, più che la famiglia in sé (infatti risulta fuorviante il titolo italiano, ben diverso rispetto al “ancora più profondo del mare” tradotto dall’originale e anche al After the storm scelto per le vendite internazionali), e con Un affare di famiglia, storia di un nucleo allargato dove i legami non sono più esclusivamente quelli di sangue, si aggiudica la Palma d’oro al Festival di Cannes 2018. 

Il suo è un cinema misurato ma devastante, che lo vorrebbe vicino a Yasujirō Ozu anche se lui preferisce sentirsi prossimo ad autori come Mikio Naruse, e la sua scrittura scava attorno a elementi profondi per portare alla luce, dolcemente, ordigni emotivi. Kore’eda, secondo Pier Maria Bocchi di Film Tv, è uno di quei registi che lavora sempre attorno a quelle “poche cose” che, invece di risultare ridondanti, è bene ribadire.


L’infanzia di un capo
di Brady Corbet, 2015, Francia, durata: 113 min.
in collaborazione con CG Digital

Nel 1919, un ragazzo statunitense che vive in Francia è testimone della nascita del Trattato di Versailles, che modella le sue convinzioni e lo conduce lentamente a sviluppare un’ideologia brutale e autoritaria.


Lars von Trier, Olivier Assayas, Ruben Östlund, Bertrand Bonello: cosa ha a che vedere questa selezione del meglio del cinema contemporaneo con un attore americano classe 1988? Dal 2004 al 2014, prima di dirigere il suo primo film, L’infanzia di un capo, Brady Corbet è stato presenza fissa nel cinema d’autore europeo davanti alla macchina da presa, interpretando ruoli secondari in Forza maggiore, Melancholia,Sils Maria e in altri film non commerciali. Questa scelta attoriale si tramuta, compiuti 27 anni, in una visione registica assolutamente particolare e grandiosa, nel formato e nella scelta del tema (la nascita del Male) che gli valgono il Premio Orizzonti alla miglior regia e il Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima Luigi De Laurentiis alla 72a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.


Figlio di Saul

di László Nemes, 2015, Ungheria, 107 min.
in collaborazione con CG Digital

Saul Ausländer (Géza Röhrig) fa parte dei Sonderkommando di Auschwitz, i gruppi di ebrei costretti dai nazisti ad assisterli nello sterminio degli altri prigionieri. Mentre lavora in uno dei forni crematori, Saul scopre il cadavere di un ragazzo in cui crede di riconoscere suo figlio. Tenterà allora l’impossibile: salvare le spoglie e trovare un rabbino per seppellirlo. Ma per farlo dovrà voltare le spalle ai propri compagni e ai loro piani di ribellione e di fuga.

Figlio del regista ungherese András Jeles, nasce a Budapest nel 1977 e si trasferisce presto a Parigi, dove studia storia, relazioni internazionali e sceneggiatura. Entra nel cinema come assistente alla regia, lavorando per due anni anche con Béla Tarr, mentre inizia a dirigere dei cortometraggi che ottengono un grande successo in molti festival internazionali: With a Little Patience (2007), presentato alla Mostra di Venezia e candidato agli EFA, The Counterpart (2008), in anteprima al Gijon International Film Festival, e The Gentleman Takes His Leave (2010), che fa incetta di premi in patria.
Il figlio di Saul segna infine l’esordio nel lungometraggio di Nemes e, grazie al Gran Premio della Giuria a Cannes e a una trionfale accoglienza di pubblico e critica, sfociata nel premio Oscar come miglior film straniero, lo impone da subito come uno dei più importanti autori della sua generazione. (Mymovies.it)

 

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